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COMUNICATO STAMPA
Derive.
Il termine evoca molte cose, in genere
negative, perchè “andare alla deriva” normalmente non è qualcosa di
positivo dal punto di vista psicologico individuale: per la società, la
gente che si lascia andare si pone fuori dalle regole e dal decoro
collettivo. Invece il termine marinaro, pare che sia francese derivato
dal solito latino, è la spinta della massa dell’acqua, tipo le correnti,
che fa cambiare la rotta alle barche e alle navi, che non vanno
esattamente dove dovrebbero.
Lo stesso può accadere per gli aerei, ma in ogni caso pare che gli
esperti ci abbiano già pensato, per cui in campo idraulico e
aerodinamico diciamo che siamo a posto. Parlando di oggetti ben più
grandi, i continenti come l’Africa o il Sudamerica vanno alla deriva da
qualche milione di anni e nessuno pare prendersela più di tanto. Quindi
tornando al dizionario, “Deriva” non è un termine negativo, è uno
spostamento di qualcosa in movimento, una deviazione che per altro si
calcola, cioè è un rapporto tra chi sta facendo qualcosa e circostanze
esterne, per rimanere sul generale.
Certo è che Riccardo Gusmaroli ha
distribuito nell’arte italiana barche e carte nautiche, per cui qualche
assonanza di può stare. Ma soprattutto qui usiamo questo termine
diffuso, quanto curiosamente sconosciuto in profondità, per esprimere
qualcosa che accade anche a livello linguistico: esistono derive che
sono come delle forme di pressione della cultura e dei media sul
linguaggio. In questo senso Gusmaroli è proprio un artista che sa
dominare queste derive, che le conosce e in un certo senso le ispira.
Se l’arte è (anche) un linguaggio,
allora è chiaro come un artista giovane e intelligente si confronti con
l’arte che c’è stata prima di lui, anche perché con quella che verrà
dopo è più difficile, e si ponga il problema di dove vada a finire
questo linguaggio. Tutte le esperienze prima di lui diventano una blocco
linguistico a cui l’artista fa deviare la strada.
Del resto To drive pare che venga
sempre dal nostro termine. Quindi se si tratta di pilotare qualcosa, è
chiaro come Gusmaroli sia risolutamente cosciente di come spingere la
barca dell’arte in direzioni che gli interessano e non vuole
assolutamente subire la rotta stabilita da altri (giusto per concludere
con i termini marinari).
Così nel suo lavoro troviamo tracce di
Piero Manzoni o di Lucio Fontana o di Alighiero Boetti. Ma non sono
tracce che ricordano, richiamano e altre cose del genere. Si tratta
appunto di spostamenti, di deviazioni dal flusso originario. In questo
si comprende come Gusmaroli non sia un rivoluzionario. Non è il tipo che
vuole sovvertire tutte le regole precedenti, gli interessa modificare i
flussi che sono stati avviati in predecenza, inserirsi per andare dove
ha deciso. Vuole, con intelligenza e divertita ironia, giocare con
l’arte precedente, con le sue icone e i suoi idoli, non per banalmente
smitizzare, ma per continuare.
Certo con qualche deriva.
Allora è anche evidente che il rapporto
tra la pittura e la fotografia sta diventando qualcosa di sempre più
importante.
I lampadari cosa sono? La base
fotografica è sufficiente per parlare di fotografia, ma in un certo
senso l’artista ne dichiara l’inefficacia o la banalità perché ci
dipinge sopra; da una parte dà per scontato che esista un linguaggio
della fotografia ma dall’altra ne dichiara l’inconsistenza, il limite.
E’ come l’aroma del caffè, ci vuole la pittura a farlo venire fuori,
così gli effetti cromatici, la luce formante e performante che si
riflette nei lampadari a gocce di cristallo. Dipingere diventa
essenziale l’altro linguaggio no, e la deriva dell’uno spinge anche
l’altro, se lo tira dietro, lo sposta dal flusso iniziale.
Le barchette di carta invadono lo spazio
delle mappe tanto che non ne rimane molto, ovvero il natante (termine
comico – burocratico) è talmente moltiplicato che non ha spazio per
muoversi. Certo che è sempre possibile per una forza naturale, moti di
fluidi vari, sospingere le barchine in un movimento ordinato ma
piuttosto pericoloso.
Rari Nantes in gurgite vasto,
scrisse il Poeta nazionale, e i vortici di Gusmaroli sono più dei
maelstrom in cui rischiare di precipitare. Ma sono barche fatte di
carta, come nella canzone
di de Gregori, per cui non possono affondare, sono in effetti parole,
conseguenze di derive linguistiche che vagano nello spazio dell’arte in
attesa di una nuova idea che le spinga in qualche altro posto.
Il tempo conta nei suoi lavori.
La temporalità diffusa e dilatata
richiesta da queste vere e proprie opere di pazienza, negli origami come
nella pittura, fornisce sufficienti tracce di un lavoro che è flusso
costante, corrente di pensiero e azione che si sedimenta e dissemina
visivamente.
Riccardo Gusmaroli ha capito da tempo
che alle idee devono corrispondere delle opere, sa per esperienza che
saper fare è un buon inizio ma sapere dove andare è ancora meglio.
Il suo lavoro ha sempre una direzione
precisa, anche nei cambiamenti. Anche il suo nomadismo tra le tecniche,
il suo far dialogare pittura e fotografia, giocare con i paradossi, fare
dell’ironia uno strumento di sorpresa e di scoperta, o dipingere tout
court in modo magicamente sospeso tra l’astrazione e la visione, sono
tutte coordinate di un lavoro autentico.
La sua stessa creatività, il non
attendere gli esiti delle strade nuove che intraprende sono segnali di
una forte convinzione nelle proprie possibilità ed anche la certezza che
il suo lavoro, da qualsiasi parte si rivolga, prenderà sempre la strada
giusta.
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