GALLERIA SPAZIA
 
 
PIETRO CAPOGROSSO
 
 
Trani, 1967
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
   
 
 
   

Pietro Capogrosso

Il breve tratto del litorale pugliese che va da Margherita di Savoia a Trani è il limite geografico entro il quale l’attenzione di Pietro Capogrosso si concentra. La vasta distesa pianeggiante, le saline, gli alberi, le tracce – quasi sempre provvisorie, labili, casuali, contraddittorie – dell’intervento umano, prima inquadrate dall’artista e memorizzate attraverso la fotografia, rappresentano poi gli elementi costitutivi delle sue tele. Se non sono gli alberi a inserire nell’architettura delle tele un elemento ortogonale – misura e intervallo che scandisce e dispone all’interno del formato orizzontale – semplici pali piantati nel terreno, la cui funzione originaria non solo non si evince più ma, soprattutto, non interessa affatto, sopperiscono agevolmente alle necessità di equilibrio compositivo. Spesso uniti da vecchi cavi o corde senza più tensione, alcuni recano sulla sommità barattoli capovolti, ammaccati e ossidati, tenacemente ancorati ai loro sostegni come insensibili a vento e pioggia. Compaiono talvolta, negli ultimi dipinti, anche dei segnali stradali. Addossati ai pali oppure ancora forniti del proprio stelo di ferro, rimossi da strade circostanti e capitati in mezzo alle saline a indicare la velocità massima da tenere, suscitano quasi il sorriso. La sottile ironia di questi inserti ancor più si assapora, ci pare di intuire, se si considera quanto sia il segnale stradale sia il barattolo abbiano contribuito a definire l’immagine ‘pop’. Ogni seduzione di tal natura, invece, si è qui irrimediabilmente persa. La ruggine ha alterato senza rimedio i colori saturi e brillanti dei cartelli; delle etichette che rivestivano le lattine non resta forse che qualche annerito residuo di colla.
Come fondali calati a interrompere la fuga dello sguardo verso l’orizzonte si stagliano, invece – recente acquisizione nel repertorio figurativo di Capogrosso – i bunker, anch’essi partecipi di quel senso di abbandono che caratterizza gli oggetti prescelti dal pittore (in solitudine, dimenticati, accantonati ai margini, sembra che stiano anche i ‘paesaggi domestici’ rappresentati sotto forma di vasi e fiori). Scrostati e diroccati, inutilizzati da più di mezzo secolo, i bunker si offrono come macchie quasi monocrome – squarciate solo dal nero delle feritoie – che inclinano alla medesima intonazione del paesaggio col quale, per loro natura, tendono a mimetizzarsi. Luoghi appartati e deputati a scrutare cieli e orizzonti, ora che il loro scopo è venuto meno, divengono essi stessi, attraverso un rovesciamento delle parti, protagonisti e oggetto d’osservazione.

È nella piena luce meridiana che i paesaggi prendono forma, diafani, quasi immateriali, mai nettamente definiti. La calura e il chiarore del mezzogiorno estivo uniformano terra e cielo – il cui azzurro, che delimita, ritaglia, separa, non può rientrare nelle corde del pittore – mettono fuori registro i meccanismi della visione, tendono a smorzare il timbro dei colori. Capogrosso, con un susseguirsi di velature via via più leggere appronta una superficie quasi spenta dalla forza della luce, restituisce l’ora del meriggio sulla tela. Il momento del silenzio, dell’aria che resta sospesa, del movimento che si arresta. L’ora del riposo di Pan, l’unica nella quale sembra possibile – come credevano gli antichi – abbandonarsi nell’abbraccio originario della natura.

Marco Pierini

Settembre 2002
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