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Pietro Capogrosso
Il breve tratto del litorale pugliese che va da Margherita di Savoia a
Trani è il limite geografico entro il quale l’attenzione di Pietro
Capogrosso si concentra. La vasta distesa pianeggiante, le saline, gli
alberi, le tracce – quasi sempre provvisorie, labili, casuali,
contraddittorie – dell’intervento umano, prima inquadrate dall’artista e
memorizzate attraverso la fotografia, rappresentano poi gli elementi
costitutivi delle sue tele. Se non sono gli alberi a inserire
nell’architettura delle tele un elemento ortogonale – misura e
intervallo che scandisce e dispone all’interno del formato orizzontale –
semplici pali piantati nel terreno, la cui funzione originaria non solo
non si evince più ma, soprattutto, non interessa affatto, sopperiscono
agevolmente alle necessità di equilibrio compositivo. Spesso uniti da
vecchi cavi o corde senza più tensione, alcuni recano sulla sommità
barattoli capovolti, ammaccati e ossidati, tenacemente ancorati ai loro
sostegni come insensibili a vento e pioggia. Compaiono talvolta, negli
ultimi dipinti, anche dei segnali stradali. Addossati ai pali oppure
ancora forniti del proprio stelo di ferro, rimossi da strade circostanti
e capitati in mezzo alle saline a indicare la velocità massima da
tenere, suscitano quasi il sorriso. La sottile ironia di questi inserti
ancor più si assapora, ci pare di intuire, se si considera quanto sia il
segnale stradale sia il barattolo abbiano contribuito a definire
l’immagine ‘pop’. Ogni seduzione di tal natura, invece, si è qui
irrimediabilmente persa. La ruggine ha alterato senza rimedio i colori
saturi e brillanti dei cartelli; delle etichette che rivestivano le
lattine non resta forse che qualche annerito residuo di colla.
Come fondali calati a interrompere la fuga dello sguardo verso
l’orizzonte si stagliano, invece – recente acquisizione nel repertorio
figurativo di Capogrosso – i bunker, anch’essi partecipi di quel senso
di abbandono che caratterizza gli oggetti prescelti dal pittore (in
solitudine, dimenticati, accantonati ai margini, sembra che stiano anche
i ‘paesaggi domestici’ rappresentati sotto forma di vasi e fiori).
Scrostati e diroccati, inutilizzati da più di mezzo secolo, i bunker si
offrono come macchie quasi monocrome – squarciate solo dal nero delle
feritoie – che inclinano alla medesima intonazione del paesaggio col
quale, per loro natura, tendono a mimetizzarsi. Luoghi appartati e
deputati a scrutare cieli e orizzonti, ora che il loro scopo è venuto
meno, divengono essi stessi, attraverso un rovesciamento delle parti,
protagonisti e oggetto d’osservazione.
È nella piena luce meridiana che i paesaggi prendono forma, diafani,
quasi immateriali, mai nettamente definiti. La calura e il chiarore del
mezzogiorno estivo uniformano terra e cielo – il cui azzurro, che
delimita, ritaglia, separa, non può rientrare nelle corde del pittore –
mettono fuori registro i meccanismi della visione, tendono a smorzare il
timbro dei colori. Capogrosso, con un susseguirsi di velature via via
più leggere appronta una superficie quasi spenta dalla forza della luce,
restituisce l’ora del meriggio sulla tela. Il momento del silenzio,
dell’aria che resta sospesa, del movimento che si arresta. L’ora del
riposo di Pan, l’unica nella quale sembra possibile – come credevano gli
antichi – abbandonarsi nell’abbraccio originario della natura.
Marco Pierini
Settembre 2002
Copyright©Galleria Spazia, Bologna, 2002
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