|
Testo di Luca Beatrice
Mani d’oro
Mani d’oro
esce nelle edicole italiane nel 1966. Una pubblicazione che si inserisce
nel filone, oggi come allora molto in voga, delle collane periodiche con
finalità divulgative, manualistico-enciclopediche. Come recitava la
pubblicità “Mani d'oro è un'opera creata per tutte le donne, anche per
chi non ha mai preso in mano un ago. Essa, infatti, comincia dalle
nozioni più elementari e, a poco a poco, grazie alla sua guida sempre
chiara, sicura, completa, attraverso lavori dapprima molto semplici e
poi via via più complessi, si arriverà al miracolo di veder sbocciare
dalle proprie mani veri e propri capolavori”.
Mancano due anni alla svolta epocale del 1968
e già ci sono tutti i segnali degli imminenti cambiamenti nell’arte e
nella cultura. Nel 1967 in Italia nasce l’Arte Povera, mentre negli
Stati Uniti l’ultima avanguardia “avvistata” è quella della Land Art,
ovvero l’utopia di superare gli stretti confini del museo e della
galleria per accettare la sfida sul piano della natura, del paesaggio,
dello spazio infinito. Sono soprattutto gli anni in cui la questione
femminile comincia a proporsi in tutta la sua urgenza, anche drammatica.
Con il rivolgimento sociale in atto, la donna lotta per un ruolo
finalmente da protagonista. Nell’arte, in particolare, compie questo
importante passo utilizzando spesso il proprio corpo, con azioni e
performance talora traumatiche e niente affatto concilianti, comunque
politiche.
Katharina Dieckhoff ai tempi di Mani d’oro
non era nata e forse neppure si conoscevano i suoi genitori. Viene al
mondo esattamente dieci anni dopo, in Olanda, anche se di cultura
tedesca come Burda, rivista femminile teutonica del medesimo
genere (e ancora si stampa). Ma chi era la lettrice tipo di questo
genere di pubblicazioni? La donna di casa, quella che passava molto
tempo nelle quattro mura domestiche, non impegnata in un lavoro “fuori”
e quindi concentrata su occupazioni quotidiane necessarie – pulire,
cucinare, seguire i figli ecc…- per poi dedicarsi all’estetica
dell’abitazione, per rendere più gradevole e confortevole l’ambiente ai
suoi familiari, nel presente e nel futuro (gli oggetti più preziosi,
infatti, venivano lasciati in dote). La donna ideale secondo Mani
d’oro ricama tovaglie, centrini, lenzuola, realizza maglioni,
coperte, berretti. Non serve particolare talento, ma molta applicazione:
d’altra parte, con così tanto tempo a disposizione, queste attività
possono servire a tenere sgombra la mente e come antidoto contro la
solitudine.
Forse risale a tale background femminile la
ragione per cui molte artiste delle generazioni recenti hanno
privilegiato il ricamo tra le tecniche e i linguaggi. C’entrerà forse la
leggerezza dei materiali adoperati o il “ritorno” del gusto artigianale
dopo l’esubero di digitale, artificiale, tecnologico ecc…, ma la
ritualità del gesto ripetuto fino allo stremo delle forze, la difficoltà
di tenere la concentrazione su azioni così infinitesime, l’autocostrizione
sedentaria, lo sforzo particolare di alcune parti del corpo (le braccia,
le mani, gli occhi) lo trovate poi così distante dalle performances
aggressive e traumatiche di Marina Abramovic? Non è forse lo stesso
sentimento di esclusione, di distanza dal mondo, a muovere le imprese
eclatanti delle body artiste di professione e l’ossessivo mantra al
piccolo punto di Katharina?
Da quando la nostra giovane artista, e con
lei la sua generazione, ha cominciato a produrre ed esporre, è finita
l’era delle grandi ideologie, dei massimalismi, delle idee guida. Può
dunque ancora avere senso oggi aspirare all’utopia o forse è meglio
guardarsi dentro, mappare il proprio esistente, riflettere sulla
condizione privata del sé?
Il lavoro della Dieckhoff è profondamente
femminile non solo per il materiale e il linguaggio, ma anche per il
tipo di risposte e soluzioni che tende ad offrire, corrispondenti sempre
al punto di vista della donna. Punto di partenza, il concetto di
passatempo, esemplificato in questa sua prima mostra personale in
diversi modi. Riprende per cominciare il tema della pornografia già
accennato nei lavori precedenti. Ciò è interessante perché si parla
molto del fatto se esista oppure no, una pornografia al femminile
(l’attrice Ovidie ha persino scritto un trattato-manifesto). Dedicare
una parte consistente del proprio tempo libero per ricamare immagini
esplicitamente porno secondo i codici maschili-eterosessuali corrisponde
ad una visione, ben radicata nel sociale, che vuole la donna
madre-meretrice, regina della casa-schiava a letto. Mai Katharina
sceglierebbe figure oppositive, motivi di ribellione o contestazione: le
basta evidenziare un luogo comune e lasciare lì l’interrogativo. Mi
vorresti così, dovrai accontentarti di un simulacro.
Oggi l’hard core movie non ha più dive e divi
di un tempo. Con le videocamere digitali si è fatto largo lo stile
amateur, tipico dell’home video girato a casa propria, proprio come ad
un artista può non essere necessario uno studio (che implica opere di
grandi dimensioni) quando può lavorare a casa, soprattutto se i suoi
strumenti occupano poco spazio e si possono custodire in una cassapanca,
se può lavorare nei ritagli di tempo, meccanicamente, senza essere
disturbati dal sottofondo della televisione accesa, “la TV è
insieme guardia e puttana”, ha scritto Ovidie nel suo Porno Manifesto.
Altri lavori di Katharina, che si presentano
come pitture monocrome realizzate sempre con ago e filo, rinunciando
alla figura esplicita (dopo il porno, i campi di calcio – altro luogo
comune dell’universo maschile e i vecchi monoscopi degli schermi
televisivi, omaggio a un mondo che non c’è più), indagano la struttura
compositiva dell’opera. Più che Malevic, Fontana o Manzoni queste
astrazioni ricamate ricordano le passeggiate di Hamish Fulton: come il
concettuale inglese, la Dieckhoff appunta sul retro quanto tempo ha
impiegato nella realizzazione, quanti punti formano l’opera, quanti
gomitoli sono occorsi ecc… Sembrano le camminate eroiche dell’inglese,
anche se lei non si è mai mossa di casa.
Scrive Hal Foster in
Design & Crime: “Il design contemporaneo fa parte della grande
rivalsa del capitalismo sul postmoderno, la riconquista delle
contaminazioni tra l’arte e le altre discipline, la trasformazione delle
trasgressioni in routine”. Fondamentale quest’ultimo passaggio. Da
quando il design, e il suo possesso, si è trasformato in “Life Style”
(dal celebre compendio di progetti di Bruce Mau), la sperimentazione è
scivolata nel gusto medio al punto che l’Ikea ha sostituito, dopo averlo
sussunto, il minimalismo. Secondo questi dettami l’ornamento è più che
mai un delitto, quindi tutti gli oggetti concepiti a solo fine
decorativo sono stati esclusi per definizione dalla categoria del
bello/contemporaneo. Il design ha ucciso il centrino anche se ha
parzialmente recuperato il ricamo, grazie al contributo dell’arte. Ma
“il design è inflazionato al punto che l’involucro rimpiazza del tutto
il prodotto” (Foster) mentre il centrino interessa in quanto espressione
antropologica del femminile, e come tutte le cose che partono da lontano
e affondano le radici nella storia, alla fine risultano di sorprendente,
inquieta, contemporaneità.
|