GALLERIA SPAZIA
 

ARTISTS

KATHARINA

DIECKHOFF


1976

 
   

 
 
 
 
 
   

Testo

 
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   

Testo di Luca Beatrice

 

Mani d’oro

 

Mani d’oro esce nelle edicole italiane nel 1966. Una pubblicazione che si inserisce nel filone, oggi come allora molto in voga, delle collane periodiche con finalità divulgative, manualistico-enciclopediche. Come recitava la pubblicità “Mani d'oro è un'opera creata per tutte le donne, anche per chi non ha mai preso in mano un ago. Essa, infatti, comincia dalle nozioni più elementari e, a poco a poco, grazie alla sua guida sempre chiara, sicura, completa, attraverso lavori dapprima molto semplici e poi via via più complessi, si arriverà al miracolo di veder sbocciare dalle proprie mani veri e propri capolavori”.

Mancano due anni alla svolta epocale del 1968 e già ci sono tutti i segnali degli imminenti cambiamenti nell’arte e nella cultura. Nel 1967 in Italia nasce l’Arte Povera, mentre negli Stati Uniti l’ultima avanguardia “avvistata” è quella della Land Art, ovvero l’utopia di superare gli stretti confini del museo e della galleria per accettare la sfida sul piano della natura, del paesaggio, dello spazio infinito. Sono soprattutto gli anni in cui la questione femminile comincia a proporsi in tutta la sua urgenza, anche drammatica. Con il rivolgimento sociale in atto, la donna lotta per un ruolo finalmente da protagonista. Nell’arte, in particolare, compie questo importante passo utilizzando spesso il proprio corpo, con azioni e performance talora traumatiche e niente affatto concilianti, comunque politiche.

Katharina Dieckhoff ai tempi di Mani d’oro non era nata e forse neppure si conoscevano i suoi genitori. Viene al mondo esattamente dieci anni dopo, in Olanda, anche se di cultura tedesca come Burda, rivista femminile teutonica del medesimo genere (e ancora si stampa). Ma chi era la lettrice tipo di questo genere di pubblicazioni? La donna di casa, quella che passava molto tempo nelle quattro mura domestiche, non impegnata in un lavoro “fuori” e quindi concentrata su occupazioni quotidiane necessarie – pulire, cucinare, seguire i figli ecc…- per poi dedicarsi all’estetica dell’abitazione, per rendere più gradevole e confortevole l’ambiente ai suoi familiari, nel presente e nel futuro (gli oggetti più preziosi, infatti, venivano lasciati in dote). La donna ideale secondo Mani d’oro ricama tovaglie, centrini, lenzuola, realizza maglioni, coperte, berretti. Non serve particolare talento, ma molta applicazione: d’altra parte, con così tanto tempo a disposizione, queste attività possono servire a tenere sgombra la mente e come antidoto contro la solitudine.

Forse risale a tale background femminile la ragione per cui molte artiste delle generazioni recenti hanno privilegiato il ricamo tra le tecniche e i linguaggi. C’entrerà forse la leggerezza dei materiali adoperati o il “ritorno” del gusto artigianale dopo l’esubero di digitale, artificiale, tecnologico ecc…, ma la ritualità del gesto ripetuto fino allo stremo delle forze, la difficoltà di tenere la concentrazione su azioni così infinitesime, l’autocostrizione sedentaria, lo sforzo particolare di alcune parti del corpo (le braccia, le mani, gli occhi) lo trovate poi così distante dalle performances aggressive e traumatiche di Marina Abramovic? Non è forse lo stesso sentimento di esclusione, di distanza dal mondo, a muovere le imprese eclatanti delle body artiste di professione e l’ossessivo mantra al piccolo punto di Katharina?

Da quando la nostra giovane artista, e con lei la sua generazione, ha cominciato a produrre ed esporre, è finita l’era delle grandi ideologie, dei massimalismi, delle idee guida. Può dunque ancora avere senso oggi aspirare all’utopia o forse è meglio guardarsi dentro, mappare il proprio esistente, riflettere sulla condizione privata del sé?

Il lavoro della Dieckhoff è profondamente femminile non solo per il materiale e il linguaggio, ma anche per il tipo di risposte e soluzioni che tende ad offrire, corrispondenti sempre al punto di vista della donna. Punto di partenza, il concetto di passatempo, esemplificato in questa sua prima mostra personale in diversi modi. Riprende per cominciare il tema della pornografia già accennato nei lavori precedenti. Ciò è interessante perché si parla molto del fatto se esista oppure no, una pornografia al femminile (l’attrice Ovidie ha persino scritto un trattato-manifesto). Dedicare una parte consistente del proprio tempo libero per ricamare immagini esplicitamente porno secondo i codici maschili-eterosessuali corrisponde ad una visione, ben radicata nel sociale, che vuole la donna madre-meretrice, regina della casa-schiava a letto. Mai Katharina sceglierebbe figure oppositive, motivi di ribellione o contestazione: le basta evidenziare un luogo comune e lasciare lì l’interrogativo. Mi vorresti così, dovrai accontentarti di un simulacro.

Oggi l’hard core movie non ha più dive e divi di un tempo. Con le videocamere digitali si è fatto largo lo stile amateur, tipico dell’home video girato a casa propria, proprio come ad un artista può non essere necessario uno studio (che implica opere di grandi dimensioni) quando può lavorare a casa, soprattutto se i suoi strumenti occupano poco spazio e si possono custodire in una cassapanca, se può lavorare nei ritagli di tempo, meccanicamente, senza essere disturbati dal sottofondo della televisione accesa, “la TV è insieme guardia e puttana”, ha scritto Ovidie nel suo Porno Manifesto.  

Altri lavori di Katharina, che si presentano come pitture monocrome realizzate sempre con ago e filo, rinunciando alla figura esplicita (dopo il porno, i campi di calcio – altro luogo comune dell’universo maschile e i vecchi monoscopi degli schermi televisivi, omaggio a un mondo che non c’è più), indagano la struttura compositiva dell’opera. Più che Malevic, Fontana o Manzoni queste astrazioni ricamate ricordano le passeggiate di Hamish Fulton: come il concettuale inglese, la Dieckhoff appunta sul retro quanto tempo ha impiegato nella realizzazione, quanti punti formano l’opera, quanti gomitoli sono occorsi ecc… Sembrano le camminate eroiche dell’inglese, anche se lei non si è mai mossa di casa.

Scrive Hal Foster in Design & Crime: “Il design contemporaneo fa parte della grande rivalsa del capitalismo sul postmoderno, la riconquista delle contaminazioni tra l’arte e le altre discipline, la trasformazione delle trasgressioni in routine”. Fondamentale quest’ultimo passaggio. Da quando il design, e il suo possesso, si è trasformato in “Life Style” (dal celebre compendio di progetti di Bruce Mau), la sperimentazione è scivolata nel gusto medio al punto che l’Ikea ha sostituito, dopo averlo sussunto, il minimalismo. Secondo questi dettami l’ornamento è più che mai un delitto, quindi tutti gli oggetti concepiti a solo fine decorativo sono stati esclusi per definizione dalla categoria del bello/contemporaneo. Il design ha ucciso il centrino anche se ha parzialmente recuperato il ricamo, grazie al contributo dell’arte. Ma “il design è inflazionato al punto che l’involucro rimpiazza del tutto il prodotto” (Foster) mentre il centrino interessa in quanto espressione antropologica del femminile, e come tutte le cose che partono da lontano e affondano le radici nella storia, alla fine risultano di sorprendente, inquieta, contemporaneità.

 

 

 

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