|
Astratto quotidiano
Sulle ceneri del minimalismo storico è sorto negli anni ottanta un
movimento di giovani artisti come Philip Taaffe, Peter Schuiff, Peter
Halley o in Germania Gunther Forg che ha cercato, trovandola, una strada
alternativa a quella dei maestri come Stella, Ryman o, in Europa a Max
Bill. Se questi avevano dichiaratamente rinunciato a qualsiasi
significato nascosto nell’opera a favore della superficie visibile, con
i suo rapporti interni di forma-colore, la nuova pittura non voleva fare
a meno né dell’astrazione né del significato. Era quello che si definiva
a livello sociologico, un ritorno alla “realtà concreta”, alla storia
individuale, a qualcosa di tangibile da un lato e che appartenesse
interamente alla vita dell’artista dall’altro.
Si trattava allora di celebrare l’addio definitivo alla dittatura del
“moderno” che ormai era diventato una sorta d religione laica, qualcosa
che aveva valore in quanto assoluto e quindi andava sempre al di là
delle possibilità dell’individuo, sia come partecipazione emotiva sia
come reattività al mondo. Questa astrazione post moderna o ridefinita,
ha avuto il merito di aveva liberato la pittura all’ossessione della
forma e da una concezione di purezza sempre più difficile da credere se
non da comprendere. E questa libertà, o forse è il caso di parlare di
una vera e propria liberazione, non era una negazione di un linguaggio,
ma certamente una presa di distanza da una chiusura totale della pittura
rispetto al mondo.
Non deve sorprendere allora che un giovane artisti come Juan Olivares
possa proporre la sua astrazione dichiarando che il suo punto di
partenza resta sempre soltanto la sua quotidianità. Anzi in un suo
diario fotografico descrive proprio la poetica di un passeggiatore più o
meno solitario per le strade della sua città. Il modo migliore per
conoscere è proprio quello di farsi condurre dalle cose, dalle immagini
rapite in una strada, dalle macchie di luce su di palazzo, dai panni
stesi sui fili della biancheria in un quartiere popolare. La poetica del
flaneur, tanto cara a Baudelaire, è alla base di qualsiasi arte perché è
la meraviglia delle cose di tutti i giorni che ci sorprende. Passeggiare
è un attività filosofica, almeno per quanto la filosofia ha a che fare
con il vedere il mondo. Da Rousseau a Walser, da Seurat a Hopper, la
tradizione della promenade di scoperta è certamente vissuta soprattutto
in chiave cittadina e del resto è la città il luogo di inizio del
moderno e quindi anche della sua dissoluzione.
Olivares parte da questi “scintillii” che ricava dal suo andare, in cui
non vuole alla Thoureau scoprire la natura o trovare se stesso, gli
basta trovare la realtà. Questa poi si trasforma nei suoi dipinti i
qualcosa di morbidamente astratto. Le forme non assumono mai nessuna
definizione troppo precisa, anzi i bordi delle sue figure geometriche
hanno sbavature in cui è evidente l’intenzione dell’artista di non
nascondere la gestualità che fa parte dell’atto del dipingere, ma di
mostrarla. L’artista ha un grande senso di equilibrio anche laddove
l’esaltazione del colore diventa formidabile e tende a prevalere sul
senso della composizione. Ma in generale Olivares dai suoi spunti
cittadini riceve delle impressioni che diventano pittura per necessità.
La pittura non può avere l’immediatezza della fotografia o della
rapidità presa d appunti attraverso la scrittura, ma diventa una
riconsiderazione di quanto visto e di quanto si cerca ci comprendere. E
questo vuol dir che poi la parte di realtà che va sulla tela è diventato
già una parte di realtà che appartiene al mondo dell’artista.
La disposizione degli elementi riceve dei punti di forza non solo dalla
dislocazione sulla superficie ma anche dall’alternanza degli elementi.
Il segno talvolta spiraliforme e che può assomigliare ad un fil di
ferro, dinamizza il lavoro perché crea un forte contrasto con la
stabilita delle figure geometriche, anche se queste sono deformate
dall’irregolarità del contorno. E’ un elemento concreto che assume
riferimenti molteplici ad oggetti esplicitamente riferibili alla realtà
e che contrasta per rilievo con lo sfondo di colori sovrapposti per
toni. Ma all’interno di questi rapporti dinamici tra forme e colori,
Olivares riesce sempre a mantenere il controllo del lavoro, non si
avverte mai l’irruenza del caso e quindi di una dimensione marcatamente
psicologica o psicanalitica.
La pittura in questo caso è referenziale e diretta, anche se è molto
distante da qualsiasi dichiarazione figurativa. L’artista non ha paura
né del vuoto né del pieno perché il suo istinto lo porta a ragionare su
ciò che ha visto e ha conservato dentro di sé, piuttosto che attardarsi
in un formalismo muto di fronte al mondo.
E uno degli effetti migliori consiste proprio nel liberarsi in questo
modo anche di altre eredità più legate alla tradizione spagnola e
pensiamo al lavoro di Tapiès, legato certamente a tematiche
esistenziali, ma distante soprattutto per le implicazioni ideologiche
che facevano parte dell’arte che veniva fuori dalla seconda guerra
mondiale. In Olivares si leggono non solo la felicità di partecipare al
gioco del mondo, ma anche l’idea che vi sia qualcosa di decisamente
decorativo e di ripetitivo, nell’arte di questo tempo. La decorazione,
la nuova decorazione, riparte dalla pittura. Non dalle geometrie
diventate motivi e icone, ma dalla liricità di un’astrazione che poggia
le sue basi non su dei moduli predefiniti, ma sulla libertà degli
individui di interpretare la genetica dell’arte. E questo è molto
interessante perché apre una prospettiva futura. Dall’astrazione post
moderna alla neo decorazione non ci si pone più in mezzo come frame il
concetto di pattern, che comunque rinvia alla psicologia e al bisogno di
regolarità dell’uomo, ma lo miscela con l’eterna possibilità del
tradimento, della deviazione. In questo modo la libertà espressiva
rimane immutata, ma non diventa irrelata,svincolata da tutto il resto,
ma saldamente appoggiata alla ripetizione della quotidianità, del già
visto che vogliamo sempre rivedere per scoprirlo di nuovo, ancora una
volta.
Valerio Dehò, Bologna, settembre 2004
|