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COMUNICATO STAMPA

La via della seta, denominazione convenzionale dei molteplici itinerari che, dal Medioevo all’Ottocento, hanno collegato le coste del Mediterraneo alla Cina orientale, rotte commerciali lunghe oltre 8000 km attraverso le quali hanno transitato non solo sete e tessuti ma spezie e carta, invenzione cinese portata in Europa dagli arabi dopo la Battaglia di Samarcanda nell’ VIII secolo. Oggi questa formula torna d’attualità grazie all’iniziativa strategica fortemente voluta e finanziata dal presidente cinese Xi Jinping, che ha già stanziato decine di miliardi di dollari per sviluppare le infrastrutture e i trasporti necessari a collegare la Cina ad altre zone del continente e all’Europa al fine di favorire l’espansione commerciale e produttiva del colosso asiatico.
Ma la via della seta è anche un insieme di itinerari lungo i quali sono fiorite numerose culture, popoli e storie dislocate fra Siria, Iraq, Iran, Turkmenistan, Kazakistan, Pakistan, India, Cina e Mongolia, alla scoperta delle quali negli anni Sessanta e Settanta sono partiti migliaia di giovani (fra i primi, i Beatles), fra cui artisti, musicisti, “ribelli” a vario titolo, affascinati da un miraggio d’oriente che per alcuni si è trasformato in vera e propria scelta di vita.
Fra questi Alighiero Boetti nel 1971 apre a Kabul “One Hotel” e in Afghanistan avvia un lavoro di collaborazione con le ricamatrici afghane, che realizzano per lui le Mappe, i planisferi colorati che verranno riproposti negli anni, ma anche i cosiddetti arazzi ricamati con parole o immagini, servendosi in parte di motivi tradizionali adattati alle esigenze dell’artista torinese.
Questa mostra, a cura di Enrico Mascelloni con la collaborazione di Martina Corgnati, prende le mosse da un confronto fra una grande Mappa di Boetti posta a confronto con un tappeto geografico tradizionale “a mappa” ed alcuni “tappeti di guerra” elaborati dagli afghani .
Oltre a questi oggetti verranno proposti alcuni manufatti tradizionali, feltri, tessuti e un paio di abiti antichi, oltre a una selezione di opere realizzate da alcuni fra gli artisti più interessanti attivi nell’area centro-asiatica negli ultimi decenni. Fra questi, Alimjan Jorobaev e Ulan Djaparov, entrambi provenienti da Bishkek (Kyrgyzstan), Shibek Djeckshenbaev, Smail Bayalev, attivo in Kazakistan e membro di Kyzyl Traktor, il primo gruppo d’avanguardia fondato nel paese dopo la perestroika, e Almagul Menlibayeva, nata ad Almaty e fra le personalità più carismatiche dell’arte contemporanea della regione oggi attiva soprattutto a Berlino. Del tutto eccezionale è poi la presenza di alcuni vintage di Dugarsham Tserennadmid, mongola, inviata del giornale “Olga Zokhiol” per cui dagli anni Settanta ha realizzato numerosi reportage, documentando la vita in Mongolia, e che dal 1990 è tornata a nomadizzare nella steppa.
Per quanto riguarda i tessuti antichi, fra i pezzi più rappresentativi, un pregiato kaftano in cotone tipo “wing dancing” con pettorina in velluto ricamata a fili d’argento proveniente dall’area di Hama (Siria); un chapan tessuto in seta cruda, colorato con cocciniglia e indaco del Kurdistan siriano o iracheno; un antico tessuto “Lakai” dell’Uzbekistan meridionale e un raro campionario di una ricamatrice del XIX secolo proveniente dall’Uzbekistan.

 

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